Roma, 1611- Artemisia Gentileschi, 18 anni, talentuosa
apprendista pittrice, viene violentata dall'amico del padre,
anch'egli pittore, Agostino Tassi. Un anno dopo inizia il processo al
Tassi e, come spesso succede(va?), la ragazza da vittima diviene
accusata: di non essere più vergine al momento dello stupro, di
essere donna di facili costumi, di essersela cercata/meritata...Viene
interrogata sotto tortura (lei, la vittima!!) e il suo nome insieme a
quello del padre vengono diffamati dal Tassi e dai suoi difensori.
Alla fine il Tassi viene condannato all'esilio che non sconterà mai
grazie alla protezione dei suoi mecenati, mentre sarà Artemisia a
doversi allontanare da Roma e, in aggiunta a ciò, il padre non trova
altro mezzo per riabilitare il nome della figlia (e il proprio!) se
non farla sposare ad un altro pittore amico suo e del Tassi. La
giustizia che Artemisia non ha avuto in tribunale, sembra cercarla
nella sua potente opera, tele di grande raffinatezza e realismo che
spesso ritraggono Giuditta nell'atto di uccidere Oloferne. Tra le tele della mostra di Milano a Palazzo Reale mi ha
molto colpito la Giuditta con la sua ancella della II sala, raffigurata come la ragazza della porta
accanto che tiene però in mano la testa decapitata del mortale
nemico! Sembra guardarci e dirci “mi ci sono trovata in mezzo ed è
una cosa che non capisco fino in fondo...ma vi pareva il caso?”.

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